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TURISMO A SAN BELLINO ![]() |
Di seguito vengono riportate le ville e monumenti che caratterizzano maggiormente il territorio: Clicca sulla piantina per visualizzare la foto e la descrizione della villa o della chiesa desiderata |
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La Basilica di San Bellino:
L'attuale Chiesa di San Bellino risale al 1649, anno in cui l’arciprete Don Cesare Graziadei, tramite l’aiuto economico della popolazione, fece in modo di ricostruirla dalle fondamenta. Essa è situata al centro del paese, ed insieme al campanile e alla piazza adiacente, costituisce un complesso urbanistico-architettonico di ordinate proporzioni.
La facciata si presenta elegante e semplice, richiamando dei lineamenti gotici, ed è suddivisa in due parti orizzontali sul piano geometrico. La parte inferiore è contraddistinta da quattro finestroni ed è impreziosita dal portale dell’entrata, mentre nella parte superiore è presente un prezioso rosone romanico attorniato un tempo quattro statue, che sono state tolte dalla loro posizione originaria nel 1977, per evitare un ulteriore danneggiamento causato dagli eventi atmosferici. Due di queste statue, che erano situate nelle nicchie sulla facciata della Chiesa, sono opere del famoso Bonazza, ed esse rappresentavano San Bellino e San Martino che attualmente sono collocate nelle nicchie laterali dell’altare maggiore. Anche i due angeli che erano disposti lateralmente ai due Santi, i quali conferivano eleganza e richiamavano l’attenzione dei fedeli, sono stati rimossi per lo stesso motivo.
L’altare maggiore è posto al centro del presbiterio ed è impreziosito dalla tarsia marmorea che rappresenta i Santi Martino e Bellino, eseguita dal pittore veneziano Angelo Trevisani, che la realizzò nel 1709. In prossimità dell’altare maggiore, sulla sua sinistra, è murata una lapide che ricorda la consacrazione della Basilica avvenuta il 18 ottobre del 1874.
Ai lati dell’altare sono presenti le nicchie che contengono le quattro statue delle virtù cardinali, le quali costituiscono il fondamento di tutte le altre virtù. Queste furono scolpite in pietra di Custoza dal veneziano Giovanni Bonazza.
Il presbiterio seicentesco si arricchisce di uno dei più pregevoli apparati decorativi del Polesine che, nel sviluppare un programma iconografico di grande ricchezza, celebra attraverso quattro ovali pittorici gli episodi salienti della vita e delle opere del Santo Martire Bellino. I medaglioni raffigurano l’uccisione, il ritrovamento della tomba ed il trasporto dei resti di San Bellino nel paese di San Martino di Variano.
In fondo alla Basilica possiamo scorgere la preziosa urna marmorea contenente le spoglie di San Bellino che fu fatta erigere nel 1640 dalla famiglia Guarini e vicino ad essa si nota una grande pala dipinta dal palesano Mattia Bortoloni nel 1736 che raffigura il Santo Vescovo con il pastorale e le chiavi, in atto da proteggere un fanciullo dal morso di un cane rabbioso.
Infine il campanile, che fu costruito in pietre a vista all’inizio del ‘500, è stato restaurato per l’ultima volta all’inizio degli anni ’80 dalla sovrintendenza di Verona. Esso è formato da quattro ripiani suddivisi da cornicioni, di cui l’ultimo è la cella campanaria. Questo è una delle rare opere architettoniche in stile romanico esistente nel Polesine.
Storia del ritrovamento del corpo di San Bellino:
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Il Paese di San Bellino prende il suo importante nome del religioso Bellino, il quale era di nazionalità tedesca e nacque nell’anno 1090 nel Ducato di Mekelembock.
Cresciuto seguendo le virtù cristiane e morali, durante la sua maturità si è reso noto per la sua grande abilità nel condurre nella giusta strada le anime degli uomini e proprio per questo fu promosso alla carica di vescovo. La prima carta che lo registra con il titolo vescovile risale al 6 dicembre 1128.
Al suo tempo, circa l’anno 1144, vigeva l’obbligo dei vescovi, dopo la loro promozione, di recarsi a Roma dal vicario di Cristo Celestino o Lucio, anni in cui il Clero di Padova dopo la morte del suo Vescovo Sinibaldo, era discorde nell’elezione del suo successore.
Nel momento in cui Bellino sostenne l’udienza con il Papa quest’ultimo, venendo a conoscenza delle virtù e dei meriti del Santo Uomo, dispose che il vescovo non dovesse ritornare in Germania ma lo trasferì nella diocesi padovana in Italia, con il comando di andare a indirizzare il clero e popolo e di sedare a nome del Papa tutte quelle turbolenze che si erano venute a manifestare nella città.
Nella diocesi padovana erano numerose le famiglie che ingiustamente possedevano dei beni destinati alla proprietà della Chiesa, di questi alcuni Bellino ne recuperò per affidarli alla mensa dei poveri di Cristo, al Priore della canonica di Santa Maria delle Grazie per farne un alloggio per i poveri ed infine un’ ultima parte venne riservata alle Chiese. Alcuni nobili Padovani della famiglia Capovacca occupavano alcuni terreni della Chiesa di Bellino e chiaramente quest’ultimo voleva che gli fosse restituito quello che di diritto gli spettava per poterlo affidare alla propria comunità di fedeli. Fu per questi dissidi che Bellino fu assassinato proprio da sicari di quella stessa famiglia sopra menzionata.
La storia che ci è stata tramandata racconta che Bellino Vescovo, di ritorno dalla diocesi di Ferrara e passando per la Via Vespara dell’attuale San Bellino, fu aggredito da dei spietati avversari che gli tesero un agguato. Il Santo Uomo fu fatto fermare e scaraventato a terra dal suo cavallo ad opera dei loro molesti cani che rabbiosamente lo assalirono. I sicari lo lasciarono sulla strada pubblica trucidato da colpi di pugnale e successivamente gli abitanti dell’attuale Fratta Polesine, udito il pericolo, si recarono sul luogo del misfatto e onorevolmente levarono da terra il santo corpo ormai senza vita e lo seppellirono in una chiesa chiamata S. Giacopo, collocandolo in un’arca di marmo che si trovava nella suddetta Chiesa.
Bellino iniziò a compiere un infinito numero di miracoli nei confronti delle persone che accorrevano a visitare l’Illustrissimo Corpo, e proprio per questo il Santo Pontefice Eugenio III, mosso dalla quantità dei prodigi che erano avvenuti in nome di Bellino, lo dichiarò Martire del Signore dandogli quella venerazione e quel culto che meritava una persona che, per il bene della Chiesa e per la difesa del patrimonio dei poveri di Cristo, aveva perso la propria vita.
Più tardi successe che il Po’ ruppe i suoi argini in località Ficarolo e l’acqua si diramò nelle campagne e nelle valli comprese anche tra Fratta e Rovigo allagando qualsiasi territorio.
Per quest’imponente alluvione ne restò vittima anche la chiesa di San Giacomo, situata nelle vicinanze di Fratta, e l’arca che conteneva il prezioso tesoro del corpo del Santo Vescovo e Martire Bellino fu letteralmente sommersa dalla sabbia e dai detriti che l’acqua del Po’ si portava addietro, sicché si era smarrito il luogo della sepoltura del Santo Uomo.
Trascorsi circa 137 anni, dopo che le rotte del Po’ si erano momentaneamente estinte e che la fisionomia del grande fiume aveva assunto un altro corso, il quale si propendeva maggiormente verso il mare, accadde che alcuni paesani di San Martino di Variano, antico nome dell’attuale San Bellino, cominciarono a bonificare quei terreni paludosi per aver così modo di coltivare degli appezzamenti di terreno.
Un certo Giovanni Dalla Fratta, a cui toccò la sorte di lavorare nel terreno dove un tempo sorgeva la Chiesa di San Giacomo, venne informato che il terreno che lui stesso coltivava nel sottosuolo conteneva le sacre spoglie di Bellino Vescovo. Così Giovanni, con l’aiuto dei suoi figli, volle verificare quest’informazione che gli era stata pervenuta e decise di iniziare a scavare in prossimità del terreno che gli era stato indicato. Essi, dopo aver scavato a lungo, trovarono effettivamente l’arca contenente le Sacre Spoglie, e provarono a sollevarla dal terreno con l’aiuto dei suoi numerosi buoi, con l’obiettivo di portarla a Fratta per renderla celebre e illustre per il tesoro che essa potenzialmente doveva custodire; ma si sa che non sempre le divine volontà equivalgono a quelle degli uomini. Ma purtroppo nemmeno tanta forza messa insieme servì a sollevare l’imponente arca marmorea. Fu così che successivamente Giovanni venne inspirato ad aggiungere al poderoso numero di buoi due esili mucche che avevano da poco partorito, ed esse, messe a capo del corteo, riuscirono a sollevare l’arca e si diressero così verso l’antica chiesa rurale di San Martino di Variano, anziché verso la Chiesa di San Pietro e Paolo di Fratta Polesine.
Arrivate alla porta di questa chiesa le mucche si fermarono immobili e nemmeno riuscirono a proseguire oltre. Sopraggiunto il contadino Giovanni, che proseguiva il suo cammino a passo lento, esso piantò atterra la sua verga di pero che gettò da subito le radici e si protese verso l’alto per germogliare con foglie in un fioritissimo albero di pero, il che fece in modo di far conoscere ancor più maggiormente la volontà di Dio. Fu così che inevitabilmente le spoglie di San Bellino furono collocate nella Chiesa di San Martino di Variano, accolte dalla grande allegria e gratificazione nei confronti del Martire che gli abitanti del Paese manifestarono.
Proseguirono ancora i miracoli che Bellino faceva manifestare nei confronti dei suoi devoti uomini, sia che si trattasse di infortuni e sia che si trattasse di malattie. Ma il Santo Uomo si mise in evidenza nella capacità di curare la rabbia, quasi volesse far palese che, chi da cani rabbiosi fu assalito e gettato a terra perdendo la vita, fosse diventato sanatore di questo male.
In più si racconta che anche la chiave arroventata della chiesa che porta il suo nome aveva la stessa virtù di preservare gli animali dalla rabbia, tanto che sparse per tutt’Italia dovrebbero esserci altre chiavi simili con le stesse proprietà in devozione a questo prodigioso Santo.
I cittadini di Rovigo successivamente pretesero si levare il corpo del Santo dalla chiesa di San Martino per destinarlo nella loro Chiesa principale, dopo che il Vescovo di Adria del tempo aveva espressamente scritto le ragioni per cui fosse giusto trasportarlo nella città, dove sarebbero potutiti accorrere un maggior numero di fedeli e dove si pensava che il corpo avrebbe potuto godere di maggiori privilegi. Al ché replicò il Cavagliere Giovan Battista Guarini, nobile ferrarese che possedeva a San Martino numerosi beni e ribadì che il corpo doveva restare dove l’aveva voluto il Cavaliere e la nobile Giulia Ariosti Guarini che, attraverso le sue cospicue offerte, permise di decorare la cappella maggiore di San Bellino nell’anno 1647 dopo che nel 1640, e precisamente il 25 novembre, in essa erano state trasportate le spoglie del santo martire ad opera del Vescovo di Adria Polo Savio, e collocate in una tomba di marmo alzata su quattro pilastri.
Infine, nel 1774, il Papa Clemente XIII elevò a Basilica la Chiesa di San Bellino il quale stabilì che il 26 Novembre sarebbe stato festeggiato il Santo Patrono del Paese, in coincidenza dello stesso giorno dell’anniversario della sua morte.
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A queste ville datate
si aggiungono comunque due pregevoli immobili dal punto di vista architettonico
e artistico che fanno del restauro mirato ed equilibrato un inequivocabile,
effettuato "cavallo del 2000" elementi di caratterizzazione del paese:
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Villa Tomanin:
Il sito storico. Il complesso edilizio con corte di Villa Ottoboni-Valente ora di proprietà della famiglia Tomanin, è un'insieme costituito dalla villa padronale principale e una serie di annessi rustici ad essa relativi, facilmente individuabile poiché si trova in Piazza Galvani, sul retro del Municipio, con ingresso indipendente a sinistra di esso. Alcuni edifici sono già presenti, da ricerche d'archivio, nelle perticazioni del 1697-98, con la dizione 'D. Gio. Batt.a Ottobon tiene terra con casà, in cui la proprietà è sommariamente rappresentata attraverso una mappa generale. L'architettura della villa. L'edificio principale è la tipica villa padronale polesana. Presenta nell'impianto le caratteristiche tipologiche della tradizione veneto-bizantina di ispirazione palladiana: la classica tripartizione con salone centrale passante centrale nei due livelli principali (P.T. e P. 1°, ma presente anche nel livello sottotetto); due serie di stanze laterali simmetriche da essi accessibili, in fondo alle quali a nord sulla sinistra è ricavata la scala. Le facciate principali, a nord e a sud, presentano nel settore centrale in corrispondenza dei saloni, finestre rettangolari con davanzali a mensola ai lati e porte ad arco nella parte mediana aperture "a centina", nei punti d'imposta degli archi, sobri capitelli modanati realizzati in cotto ma intonacati, caratterizzano la parte centrale, che si chiude con la "tipica isolata cimasa" sopra l'ultimo arco. Sopra le piccole finestre del piano sottotetto (un tempo adibito a granaio), corre su tutti i lati dell'edificio e lo chiude superiormente, una cornice a dentelli, di chiara "evocazione" classica. |
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Gli interni.
Di un certo interesse sono all'interno: o gli impalcati di tavole con regoli in legno perfettamente conservati ed in alcuni ambienti sobriamente decorati; o l'antica scala in pietra di Nanto, lavorata "a spacco" nell'intradosso; o le pavimentazioni in mattonato a quadretti rifilato e arrotato di fattura settecentesca; o le porte di tavole, a doppio battente con specchiature riportate. Il restauro architettonico. Nel 1993 la famiglia Tomanin acquistava l'edificio padronale (in grave stato di abbandono da alcuni decenni), la corte ed alcuni annessi. Da subito e nel corso degli anni successivi tutti gli edifici sono stati oggetto di radicali ma accurati interventi di restauro conservativo, di ripristino e di ristrutturazione tuttora in corso. Obiettivo principale di tutte le operazioni è stato quello di recuperare in forma ed in contenuto tutti gli elementi originari grazie all'impiego di tecniche tradizionali e materiali identici a quelli esistenti. Le operazioni di progettazione e di direzione dei lavori di restauro sono state condotte dagli architetti Daniele Paggio e Tonino Paiarin. |
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