TURISMO A SAN BELLINO

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Di seguito vengono riportate le ville e monumenti che caratterizzano maggiormente il territorio:

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La Basilica di San Bellino:


L'attuale Chiesa di San Bellino risale al 1649, anno in cui l’arciprete Don Cesare Graziadei, tramite l’aiuto economico della popolazione, fece in modo di ricostruirla dalle fondamenta. Essa è situata al centro del paese, ed insieme al campanile e alla piazza adiacente, costituisce un complesso urbanistico-architettonico di ordinate proporzioni.
La facciata si presenta elegante e semplice, richiamando dei lineamenti gotici, ed è suddivisa in due parti orizzontali sul piano geometrico. La parte inferiore è contraddistinta da quattro finestroni ed è impreziosita dal portale dell’entrata, mentre nella parte superiore è presente un prezioso rosone romanico attorniato un tempo quattro statue, che sono state tolte dalla loro posizione originaria nel 1977, per evitare un ulteriore danneggiamento causato dagli eventi atmosferici. Due di queste statue, che erano situate nelle nicchie sulla facciata della Chiesa, sono opere del famoso Bonazza, ed esse rappresentavano San Bellino e San Martino che attualmente sono collocate nelle nicchie laterali dell’altare maggiore. Anche i due angeli che erano disposti lateralmente ai due Santi, i quali conferivano eleganza e richiamavano l’attenzione dei fedeli, sono stati rimossi per lo stesso motivo.
L’altare maggiore è posto al centro del presbiterio ed è impreziosito dalla tarsia marmorea che rappresenta i Santi Martino e Bellino, eseguita dal pittore veneziano Angelo Trevisani, che la realizzò nel 1709. In prossimità dell’altare maggiore, sulla sua sinistra, è murata una lapide che ricorda la consacrazione della Basilica avvenuta il 18 ottobre del 1874.
Ai lati dell’altare sono presenti le nicchie che contengono le quattro statue delle virtù cardinali, le quali costituiscono il fondamento di tutte le altre virtù. Queste furono scolpite in pietra di Custoza dal veneziano Giovanni Bonazza.
Il presbiterio seicentesco si arricchisce di uno dei più pregevoli apparati decorativi del Polesine che, nel sviluppare un programma iconografico di grande ricchezza, celebra attraverso quattro ovali pittorici gli episodi salienti della vita e delle opere del Santo Martire Bellino. I medaglioni raffigurano l’uccisione, il ritrovamento della tomba ed il trasporto dei resti di San Bellino nel paese di San Martino di Variano.
In fondo alla Basilica possiamo scorgere la preziosa urna marmorea contenente le spoglie di San Bellino che fu fatta erigere nel 1640 dalla famiglia Guarini e vicino ad essa si nota una grande pala dipinta dal palesano Mattia Bortoloni nel 1736 che raffigura il Santo Vescovo con il pastorale e le chiavi, in atto da proteggere un fanciullo dal morso di un cane rabbioso.
Infine il campanile, che fu costruito in pietre a vista all’inizio del ‘500, è stato restaurato per l’ultima volta all’inizio degli anni ’80 dalla sovrintendenza di Verona. Esso è formato da quattro ripiani suddivisi da cornicioni, di cui l’ultimo è la cella campanaria. Questo è una delle rare opere architettoniche in stile romanico esistente nel Polesine.

 

Storia del ritrovamento del corpo di San Bellino:



Il Paese di San Bellino prende il suo importante nome del religioso Bellino, il quale era di nazionalità tedesca e nacque nell’anno 1090 nel Ducato di Mekelembock.
Cresciuto seguendo le virtù cristiane e morali, durante la sua maturità si è reso noto per la sua grande abilità nel condurre nella giusta strada le anime degli uomini e proprio per questo fu promosso alla carica di vescovo. La prima carta che lo registra con il titolo vescovile risale al 6 dicembre 1128.
Al suo tempo, circa l’anno 1144, vigeva l’obbligo dei vescovi, dopo la loro promozione, di recarsi a Roma dal vicario di Cristo Celestino o Lucio, anni in cui il Clero di Padova dopo la morte del suo Vescovo Sinibaldo, era discorde nell’elezione del suo successore.
Nel momento in cui Bellino sostenne l’udienza con il Papa quest’ultimo, venendo a conoscenza delle virtù e dei meriti del Santo Uomo, dispose che il vescovo non dovesse ritornare in Germania ma lo trasferì nella diocesi padovana in Italia, con il comando di andare a indirizzare il clero e popolo e di sedare a nome del Papa tutte quelle turbolenze che si erano venute a manifestare nella città.
Nella diocesi padovana erano numerose le famiglie che ingiustamente  possedevano dei beni destinati alla proprietà della Chiesa, di questi alcuni Bellino ne recuperò per affidarli alla mensa dei poveri di Cristo, al Priore della canonica di Santa Maria delle Grazie per farne un alloggio per i poveri ed infine un’ ultima parte venne riservata alle Chiese. Alcuni nobili Padovani della famiglia Capovacca occupavano alcuni terreni della Chiesa di Bellino e chiaramente quest’ultimo voleva che gli fosse restituito quello che di diritto gli spettava per poterlo affidare alla propria comunità di fedeli. Fu per questi dissidi che Bellino fu  assassinato proprio da sicari di quella stessa famiglia sopra menzionata.
La storia che ci è stata tramandata racconta che Bellino Vescovo,  di ritorno dalla diocesi di Ferrara e passando per la Via Vespara dell’attuale San Bellino, fu aggredito da dei spietati avversari che gli tesero un agguato. Il Santo Uomo fu fatto fermare e scaraventato a terra dal suo cavallo ad opera dei loro molesti cani che rabbiosamente lo assalirono. I sicari lo lasciarono sulla strada pubblica trucidato da colpi di pugnale e successivamente gli abitanti dell’attuale Fratta Polesine, udito il pericolo, si recarono sul luogo del misfatto e onorevolmente levarono da terra il santo corpo ormai senza vita e lo seppellirono in una chiesa chiamata S. Giacopo, collocandolo in un’arca di marmo che si trovava nella suddetta Chiesa.
Bellino iniziò a compiere un infinito numero di miracoli nei confronti delle persone che accorrevano a visitare l’Illustrissimo Corpo, e proprio per questo il Santo Pontefice Eugenio III, mosso dalla quantità dei prodigi che erano avvenuti in nome di Bellino, lo dichiarò Martire del Signore dandogli quella venerazione e quel culto che meritava una persona che, per il bene della Chiesa e per la difesa del patrimonio dei poveri di Cristo, aveva perso la propria vita.
Più tardi successe che il Po’ ruppe i suoi argini in località Ficarolo e l’acqua si diramò nelle campagne e nelle valli comprese anche tra Fratta e Rovigo allagando qualsiasi territorio.
Per quest’imponente alluvione ne restò vittima anche la chiesa di San Giacomo, situata nelle vicinanze di Fratta, e l’arca che conteneva il prezioso tesoro del corpo del Santo Vescovo e Martire Bellino fu letteralmente sommersa dalla sabbia e dai detriti che l’acqua del Po’ si portava addietro, sicché si era smarrito il luogo della sepoltura del Santo Uomo.
Trascorsi circa 137 anni, dopo che le rotte del Po’ si erano momentaneamente estinte e che la fisionomia del grande fiume aveva assunto un altro corso, il quale si propendeva maggiormente verso il mare, accadde che alcuni paesani di San Martino di Variano, antico nome dell’attuale San Bellino, cominciarono a bonificare quei terreni paludosi per aver così modo di coltivare degli appezzamenti di terreno.
Un certo Giovanni Dalla Fratta, a cui toccò la sorte di lavorare nel terreno dove un tempo sorgeva la Chiesa di San Giacomo, venne informato che il terreno che lui stesso coltivava nel sottosuolo conteneva le sacre spoglie di Bellino Vescovo. Così Giovanni, con l’aiuto dei suoi figli, volle verificare quest’informazione che gli era stata pervenuta e decise di iniziare a scavare in prossimità del terreno che gli era stato indicato. Essi, dopo aver scavato a lungo, trovarono effettivamente l’arca contenente le Sacre Spoglie, e provarono a sollevarla dal terreno con l’aiuto dei suoi numerosi buoi, con l’obiettivo di portarla a Fratta per renderla celebre e illustre per il tesoro che essa potenzialmente doveva custodire; ma si sa che non sempre le divine volontà equivalgono a quelle degli uomini.      Ma purtroppo nemmeno tanta forza messa insieme servì a sollevare l’imponente arca marmorea. Fu così che successivamente Giovanni venne inspirato ad aggiungere al poderoso numero di buoi due esili mucche che avevano da poco partorito, ed esse, messe a capo del corteo, riuscirono a sollevare l’arca e si diressero così verso l’antica chiesa rurale di San Martino di Variano, anziché verso la Chiesa di San Pietro e Paolo di Fratta Polesine.
Arrivate alla porta di questa chiesa le mucche si fermarono immobili e nemmeno riuscirono a proseguire oltre. Sopraggiunto il contadino Giovanni, che proseguiva il suo cammino a passo lento, esso piantò atterra la sua verga di pero che gettò da subito le radici e si protese verso l’alto per germogliare con foglie in un fioritissimo albero di pero, il che fece in modo di far conoscere ancor più maggiormente la volontà di Dio. Fu così che inevitabilmente le spoglie di San Bellino furono collocate nella Chiesa di San Martino di Variano, accolte dalla grande allegria e gratificazione nei confronti del Martire che gli abitanti del Paese manifestarono.
Proseguirono ancora i miracoli che Bellino faceva manifestare nei confronti dei suoi devoti uomini, sia che si trattasse di infortuni e sia che si trattasse di malattie. Ma il Santo Uomo si mise in evidenza nella capacità di curare la rabbia, quasi volesse far palese che, chi da cani rabbiosi fu assalito e gettato a terra perdendo la vita, fosse diventato sanatore di questo male.
In più si racconta che anche la chiave arroventata della chiesa che porta il suo nome aveva la stessa virtù di preservare gli animali dalla rabbia, tanto che sparse per tutt’Italia dovrebbero esserci altre chiavi simili con le stesse proprietà in devozione a questo prodigioso Santo.
I cittadini di Rovigo successivamente pretesero si levare il corpo del Santo dalla chiesa di San Martino per destinarlo nella loro Chiesa principale, dopo che il Vescovo di Adria del tempo aveva espressamente scritto le ragioni per cui fosse giusto trasportarlo nella città, dove sarebbero potutiti accorrere un maggior numero di fedeli e dove si pensava che il corpo avrebbe potuto godere di maggiori privilegi. Al ché replicò il Cavagliere Giovan Battista Guarini, nobile ferrarese che possedeva a San Martino numerosi beni e ribadì che il corpo doveva restare dove l’aveva voluto il Cavaliere e la nobile Giulia Ariosti Guarini che, attraverso le sue cospicue offerte, permise di decorare la cappella maggiore di San Bellino nell’anno 1647 dopo che nel 1640, e precisamente il 25 novembre, in essa erano state trasportate le spoglie del santo martire ad opera del Vescovo di Adria Polo Savio, e collocate in una tomba di marmo alzata su quattro pilastri.
Infine, nel 1774, il Papa Clemente XIII elevò a Basilica la Chiesa di San Bellino il quale stabilì che il 26 Novembre sarebbe stato festeggiato il Santo Patrono del Paese, in coincidenza dello stesso giorno dell’anniversario della sua morte.

L' Organo della Basilica di San Bellino
L’organo della Basilica di San Bellino si presume sia stato costruito nel 1829 dai fratelli Bazzani, i quali erano organari veneziani formatisi alla scuola del celebre Gaetano Callido, noto in tutt’Italia per la costruzione dei suoi numerosi organi ancor’oggi esistenti e funzionanti in molte Chiese della penisola.
Fino ad oggi non è emersa nessuna documentazione dall’archivio parrocchiale sulla costruzione dell’organo, ma è rinvenuta una lettera, datata 1834, indirizzata all’amministrazione della Chiesa di Sant’ Antonio Nuovo di Trieste per il concorso del nuovo organo, in cui i fratelli Bazzani affermano di aver costruito, oltre ad altri, anche l’organo di San Bellino in Polesine.
L’antico organo è collocato in cantoria del presbiterio, a destra rispetto all’altare maggiore, in un vano ricavato entro la muratura. Il parapetto conserva ancora il suo colore a legno naturale, mentre il prospetto presenta una pesante ridipintura a smalto di colore marrone scuro.
Lo strumento conserva tutt’oggi buona parte dei suoi registri originali anche se si rivelano piuttosto precari nel loro funzionamento.
Durante il corso del tempo furono numerosi gli interventi di restauro che si effettuarono. Il primo fu eseguito per mezzo di Giovanni Foglia di Bergamo, e questo si può riscontrare grazie ad una firma a matita che lo stesso ha lasciato sul crivello.
Il secondo intervento avvenne ad opera di Giuseppe Grigolli, il quale era un costruttore di organi musicali originario di Verona che, in prossimità della seconda metà dell’800, rifece totalmente l’organo seguendo la tecnica dei maestri lombardi, e fece in modo di riutilizzare anche parte del materiale fonico che era proprio dello strumento ancor prima delle ristrutturazioni. Ancor’oggi sul listello frontale della tastiera è inciso il nome dell’autore, “ (Giuseppe) Grigolli in Ferrara”.
Il terzo intervento di ristrutturazione avvenne ad opera di Giorgio Quaglio di Piacenza D’Adige. Proprio quest’ultimo intervento, effettuato nell’anno 1922, danneggiò il prezioso strumento musicale poiché l’organario causò uno stato di completa confusione del quadro fonico ed in più un impoverimento dell’organo stesso a causa dell’eliminazione di registri e di canne, smontate e reinserite nello strumento senza rispettare lo schema originale.
Successivamente furono eseguiti degli ulteriori lavori di restauro consistenti soprattutto in smontaggio, pulitura ed accordatura dello strumento, per mezzo della ditta Ruffatti di Padova.
Nel corso dei primi due interventi l’organo fu mantenuto in sintonia con la scuola veneziana originaria, mentre con l’effettuarsi degli interventi successivi si può scorgere il passaggio alla scuola così detta “Lombarda” che condusse a ricercare soluzioni meccaniche e sonore diversificate, anche se la cassa armonica ed il materiale fonico restarono quelli originali dei fratelli Bazzani.
L’ultimo restauro si è concluso nel Maggio 2007 dopo due laboriosi anni di lavoro, ed è stato svolto grazie alla sapienza dell’organario Michel Formentelli di Verona, che ha eseguito interventi conservativi sullo strumento ma ha anche introdotto delle integrazioni, ripristinando il contesto originario dell’organo. Infatti esso ha riparato i registri, alcuni sono stati rifatti o reintegrati, sono state ricostruite più di 180 canne che nel corso del tempo e dei restauri si erano danneggiate; in questo modo l’organo attualmente può presentarsi con le mille canne di cui era dotato al periodo della sua costruzione.
La Basilica di San Bellino quindi è ritornata ad avere in funzione quest’antica e pregevole opera, anche attraverso il contributo economico offerto dalla Regione Veneto e dalla Fondazione Cariparo.
La cerimonia di inaugurazione è stata diretta dal maestro Francesco Tasini di Bologna che si è avvalso della collaborazione del Gruppo Vocale  “Lendinariae Consort”, diretto dal maestro Vincenzo Ferrari di Castelguglielmo, dove sono stati eseguiti brani di musica sacra di diverse epoche ed autori. Ha contribuito a dare valore alla cerimonia la presenza del vescovo della diocesi di Adria e Rovigo, monsignor Lucio Soravito de Franceschi.

Villa Ca' Moro:
Il palazzo è stato ristrutturato alla fine del secolo XVIII e si sviluppa su tre piani; una doppia scala d'accesso conduce al piano nobile: fa sfondo sul retro un imponente rustico di gusto neoclassico. La villa, di proprietà di privati, circondata da alte mura e munita di oratorio, abbisogna, oggi più che mai, di importanti interventi di restauro.La villa Moro, di definita linea settecentesca nonostante un originale impianto risalente al secolo precedente e qualche alterazione nelle strutture, si affaccia sul Canal Bianco, antica ed importante via di accesso nel Polesine.
La proprietà apparteneva ad una famiglia veneziana che possedeva molti terreni lungo il Canal Bianco, indicati con il toponimo di Ca’ Moro ( citati nei registri parrocchiali già dal 1602) rimane fina al 1824, anno in cui passa prima a Marchetto e poi ( nel 1843) a Carraggiani e quindi alla famiglia greca dei Biossidi che la tengono fino al 1946; dal 1975 la villa appartiene alla famiglia Magagnino.L’edificio si impone quale unico segno di emergenza sul territorio circostante e si presenta con un massiccio corpo cubico sviluppato su tre piani; sulla facciata principale una doppia scala d’accesso conduce al piano nobile dove, ai lati della grande porta d’ ingresso, si aprono alte finestre rettangolari arricchite da un elegante cornice in pietre a cimasa orizzontale. Perfettamente in asse con le corrispondenti aperture del primo piano, le finestre del secondo piano, di dimensioni però più ridotte, che vengono interrotte nella loro successione da un balcone centrale centinato, dotato di balaustra; il sottotetto prende luce da piccole finestre ellittiche.
Il ricorso a citazioni di repertorio classico, mirate a conferire una maggiore dignità al blocco rigidamente squadrato della costruzione, è ribadito soprattutto nel corpo centrale della facciata principale che si propone con un pronao a doppio ordine, sormontato da timpano, con quattro piccole lesene appena abbozzate sulla superficie, in una successione di ordine dorico – tuscanico e .ordine jonico.
All’interno della villa, al piano terra, vi è un salone, con il basso soffitto diviso da due grosse travature, che dà accesso alle stanze un tempo adibite a cucine e servizi; i due piani superiori comunicano con una scalinata sulle cui porte appare uno stemma recante due leoni rampanti e le iniziali E.C.
I saloni e le stanze conservano i pavimenti in terrazzo veneziano, i soffitti a travature lignee e, in alcune di esse, sono ancora riscontrabili tracce di decorazioni a stucco. Di particolare interesse, sul retro della casa domiciliare, è l’imponente rustico, costruito in epoca successiva, impostato e risolto in chiave neoclassica, il cui volume, oltre a distinguersi per la rilevanza delle dimensioni complessive, presenta una definizione architettonica del prospetto verso la villa, del tutto inconsueta nella pur vastissima modellistica architettonica rurale del Polesine.
Tale prospetto si articola infatti in tre diversi avancorpi timpanati, sostenuti da colonne tuscaniche, poggianti su massicci basamenti in cotto e d’ordine maggiore rispetto a quelle del loggiato centrale, con una conseguente scansione in arcate maggiori e minori che produce un equilibrato e complesso gioco di contrapposizioni chiaroscurali.
La parte superiore di tale prospetto, già adibito a granaio, riprende, all’interno dell’impaginazione sopra descritta, il ritmico succedersi delle finestre termali che ritroviamo anche sui fianchi e sul retro dell’edificio.
La cappella padronale, alla quale è addossato un piccolo campanile, è inserita all’estremità del lato frontale del muro di cinta che circonda l’intero complesso e viene menzionata in una visita pastorale del 1604 da parte di un canonico padovano e visitatore generale di Adria, mons. Perotto. Dedicata inizialmente a S. Antonio da Padova, subì varie e sostanziali modifiche, cambiando anche denominazione come testimonia una lapide interna al sacro edificio, risalente al 1896, dalla quale l’oratorio risulta essere dedicato alla B.V. della Salute.
L’ampio muro di cinta ingloba anche altre minori adiacenze rurali in grave stato di degrado e rappresenta l’unico collegamento fisico tra i diversi corpi di fabbrica che circondano la casa domiciliare.
In una campagna dall’orizzonte piatto, l’ergersi di Cà Moro ha innegabilmente una sua naturalezza che può ricordare, forse anche non mosciamente, il modo palladiano di appropriarsi dell’ambiente.
Ai sensi di quanto sopra espresso, costituendo l’intero complesso una testimonianza architettonica e ambientale, oltre che culturale, di rilevante interesse, si ritiene di sottoporlo alla disciplina propria della tutela monumentale ai sensi della legge 1 giugno 1939 n.1089.
 
Villa Nani Mocenigo, ora Bertetti:
è stata edificata, già dal 1527, al posto di un precedente costruzione del Prisciani, amministratore del Duca Di Ferrara, che ha lasciato il nome alla località. L' edificio appartenne al nobile Nani Mocenigo e poi al marchese Ludovico Estense Tassoni. Si tratta di una costruzione molto semplice , che si sviluppa su 3 piani abitabili con notevole sobrietà compositiva, recentemente oggetto di un intervento di restauro intelligente. Di fronte all' abitazione, collegata con un breve portico, troviamo la foresteria. E' da notare il bel viale alberato che ancor oggi collega la villa direttamente alla chiesa di Presciane.

Villa Zambonin:
L' edificio sorge fuori del paese, vicino all' argine del Canalbianco, ed è di dimensioni limitate: è costituito da tre piani dei quali quello dei granai è illuminato nella facciata da sei finestre ovali: al centro, sopra il portale del piano nobile, si scorgevano le tracce di un affresco oggi scomparso completamente. La facciata, molto semplice e percorsa da due canne fumarie, e dei cui camini uno è stato soppresso, e l' altro recentemente ricostruito. Un non felice intervento edilizio negli anni '80 ha deturpato la facciata aprendo due porte (un tempo finestre) ai lati della vera porta d' ingresso alla villa, murando quest' ultima.
Villa Bolognese,ora Santato:
Il fabbricato rurale “ VILLA BOLOGNESE “ si trova ad ovest del centro abitato di San Bellino in località Presciane.
Primo proprietario conosciuto, al 1730, risulta il nobile Sante Bolognese de Simon.
La casa mostra caratteri architettonici propri del XVIII secolo; composta di un corpo principale e da un’ala laterale più bassa. Il corpo centrale si sviluppa su tre piani dei quali l’ultimo sottotetto con copertura a padiglione.L’assetto planimetrico è tripartito con sala passante centrale.Il fronte meridionale, presenta una disposizione simmetrica delle aperture, binate nella parte centrale, ed è segnato da due camini aggettanti.L’asse di simmetria è sottolineato da due portali a tutto sesto dei quali quello al primo piano è arricchito da una chiave di volta, da capitelli in pietra lavorata e da una modanatura curvilinea in cotto intonacato.E’ inoltre provvisto di un balcone in pietra lavorata con parapetto di ferro battuto. I davanzali della finestra sono in pietra lavorata. Le piccole forature del sotto tetto hanno sagoma curvilinea simile a quella sovrastante l’arco del primo piano. All’interno è visibile la scala originaria ancora in buone condizioni di conservazione.
Con l’inizio dell’anno 2000, l’intero edificio padronale fu acquistato dalla famiglia Santato che grazie ad interventi radicali ed accurati di restauro conservativo, lo ha portato alle forme architettoniche originali.

Villa Guarini:
L' edificio risale al '500 e tra il 1580 e 1583 vi risiedette G.B. GUARINI che, cacciato da Ferrara, vi avrebbe composto il "Pastor Fido" . Nel 1925 e' stata radicalmente restaurata al punto di avere quasi completamente perso la fisionomia primitiva e attualmente le ampie stanze del piano nobile risultano parzialmente ridotte. La facciata si presenta priva di elementi architettonici e la monotonia dell' edificio è rotta solo dalla scala a due rampe laterali che conduce all'ingresso del piano nobile: sulla facciata è inserita una lapide (la stessa riportata sul campanile di San Bellino) nella quale viene indicato il livello raggiunto dalle acque dell' Adige in seguito alla rotta del Castagnaro del 18 ottobre 1823. Nel giardino antistante la villa rimangono i resti di una vera da pozzo in marmo bianco.

Casa Barbarigo ora Rosine:
Pur rispecchiando un modo compositivo tipico dell'architettura rurale della zona, l' edificio si presenta elegante nelle proporzioni e caratteristico nei suoi elementi decorativi: la casa padronale si sviluppa su due piani e la data di costruzione risale al 1583, secondo quanto scritto sulla lapide posta sotto lo stemma gentilizio sopra la porta d' ingresso recante incisi anche i nomi dei personaggi della famiglia Barbarico. Ai lati della casa, attualmente disabitata ed instato di abbandono, sono sorti in periodi successivi una piccola dependance ad un piano che nelle finestre, segue i ritmi compositivi della casa padronale, e a destra, il rustico necessario alle attività della corte.

A queste ville datate si aggiungono comunque due pregevoli immobili dal punto di vista architettonico e artistico che fanno del restauro mirato ed equilibrato un inequivocabile, effettuato "cavallo del 2000" elementi di caratterizzazione del paese:

Villa Tomanin:
Il sito storico.
Il complesso edilizio con corte di Villa Ottoboni-Valente ora di proprietà della famiglia Tomanin, è un'insieme costituito dalla villa padronale principale e una serie di annessi rustici ad essa relativi, facilmente individuabile poiché si trova in Piazza Galvani, sul retro del Municipio, con ingresso indipendente a sinistra di esso. Alcuni edifici sono già presenti, da ricerche d'archivio, nelle perticazioni del 1697-98, con la dizione 'D. Gio. Batt.a Ottobon tiene terra con casà, in cui la proprietà è sommariamente rappresentata attraverso una mappa generale.
L'architettura della villa.
L'edificio principale è la tipica villa padronale polesana. Presenta nell'impianto le caratteristiche tipologiche della tradizione veneto-bizantina di ispirazione palladiana: la classica tripartizione con salone centrale passante centrale nei due livelli principali (P.T. e P. 1°, ma presente anche nel livello sottotetto); due serie di stanze laterali simmetriche da essi accessibili, in fondo alle quali a nord sulla sinistra è ricavata la scala. Le facciate principali, a nord e a sud, presentano nel settore centrale in corrispondenza dei saloni, finestre rettangolari con davanzali a mensola ai lati e porte ad arco nella parte mediana aperture "a centina", nei punti d'imposta degli archi, sobri capitelli modanati realizzati in cotto ma intonacati, caratterizzano la parte centrale, che si chiude con la "tipica isolata cimasa" sopra l'ultimo arco. Sopra le piccole finestre del piano sottotetto (un tempo adibito a granaio), corre su tutti i lati dell'edificio e lo chiude superiormente, una cornice a dentelli, di chiara "evocazione" classica.
Gli interni.
Di un certo interesse sono all'interno: o gli impalcati di tavole con regoli in legno perfettamente conservati ed in alcuni ambienti sobriamente decorati; o l'antica scala in pietra di Nanto, lavorata "a spacco" nell'intradosso; o le pavimentazioni in mattonato a quadretti rifilato e arrotato di fattura settecentesca; o le porte di tavole, a doppio battente con specchiature riportate.
Il restauro architettonico.
Nel 1993 la famiglia Tomanin acquistava l'edificio padronale (in grave stato di abbandono da alcuni decenni), la corte ed alcuni annessi. Da subito e nel corso degli anni successivi tutti gli edifici sono stati oggetto di radicali ma accurati interventi di restauro conservativo, di ripristino e di ristrutturazione tuttora in corso. Obiettivo principale di tutte le operazioni è stato quello di recuperare in forma ed in contenuto tutti gli elementi originari grazie all'impiego di tecniche tradizionali e materiali identici a quelli esistenti. Le operazioni di progettazione e di direzione dei lavori di restauro sono state condotte dagli architetti Daniele Paggio e Tonino Paiarin.
 

Casa Conte Dosi Delfini ora Altieri:
Risale al 1800 come costruzione fatta dal nonno del Sig. Casaro; siccome l'indulto pontificio porta la data 31 agosto 1908 con la firma di Papa Pio X, essendo una costruzione che sembra recente, si pensa sia stato rinnovato dalle fondamenta alla data del Breve pontificio. Bella Cappellina nel silenzio e nel verde del parco e sarebbe concesso anche per una Messa quotidiana. Le sue dimensioni sono: m. 3,50 per 6 per 3,20, con absidiola, altare in legno e statua della Vergine. E' ora degli eredi Casaro. Nel 1911 fu chiesto l'indulto per una figlia ammalata. Nel 1943 la v.p. portava segnato come proprietà degli eredi Casaro-Delfini. Attualmente si segna proprietà Altieri.