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San Bellino

Provincia di Rovigo - Regione del Veneto


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Turismo a San Bellino

La Basilica di San Bellino

Si arriva poi nel centro del paese, dove si trova la Basilica nel cui interno riposano le spoglie del santo; una Basilica impreziosita in ogni angolo, affascinante per la cura con cui viene conservata e recentemente restaurata sotto l'occhio attento di monsignor Bruno Segala.

L'attuale edificio risale al 1649, quando venne ricostruito dalle fondamenta, con l'aiuto economico della popolazione.

L'architettura rispecchia la tradizionale chiesa rurale veneta del XVIII secolo, con ispirazione romanico-gotica.

La chiesa, situata al centro del paese, costituisce con il campanile, la canonica e la piazza adiacente, un complesso urbanistico-architettonico con ordinate proporzioni.

La facciata

L'elegante e sobria facciata della Basilica, con lineamenti gotici e romanici, è distinta in due piani; il piano inferiore è scandito da sei colonne tuscaniche a lesene (tipico dell'architettura rurale) e quattro finestroni impreziositi dai vetri artistici di Sandro Tomanin, più il portale marmoreo. Il piano superiore presenta quattro colonne tuscaniche a lesene, un rosone con un'elaborata effige in alabastro di  S. Bellino e due nicchie, una volta ospitanti le statue di S. Martino e S. Bellino. Il timpano è un richiamo alla classicheggiante cultura veneta del XVII secolo.

La navata centrale

All'interno si accede da un solo portale. La chiesa è strutturata a tre navate (quelle laterali a volte romaniche) con pianta cruciforme. Dai finestroni superiori la chiesa è giustamente illuminata.

Lungo la navata sono appesi i quadri della Via Crucis e le Croci di Consacrazione del XIX secolo.

L'altare maggiore

Posto al centro del presbiterio, è delimitato da due colonne marmoree richiamanti l'ordine tuscanico. Al centro è conservato il bellissimo altare, impreziosito dalla tarsia marmorea raffigurante i santi Martino e Bellino e al centro l'ostensorio con due angeli. L'opera è attribuita al pittore Angelo Trevisani che la realizzò nel 1709.

In alto a destra è conservato il prezioso organo risalente al XIX secolo e recentemente restaurato.

Sulla sinistra, invece, è murata una lapide che ricorda la consacrazione della Basilica, avvenuta il 18 ottobre 1874.

Sopra l'altare sta un doppio baldacchino aereo in legno dorato, con una pittura raffigurante una colomba e alcuni angeli.

L'intera volta è decorata con stucchi con soggetti sacri ed elementi vegetali, mentre gli angoli ospitano le quattro statue che raffigurano gli evangelisti.

Ai lati dell'altare sono presenti le nicchie che contengono le quattro statue delle virtù cardinali: Giustizia, Temperanza, Prudenza, Fortezza, opere del Bonazza del 1700. Nella tribuna sono collocate le statue dei santi Martino e Bellino, situate qui dopo il restauro della Soprintendenza ai Beni Artistici-Culturali di Verona.

Sempre nella volta, si possono ammirare quattro medaglioni raffiguranti l'uccisione, il ritrovamento e il trasporto del corpo fino a S. Martino di Variano, il quarto medaglione è corroso e indecifrabile. Nell'abside si trova la splendida urna contenente le spoglie di S. Bellino, fatta erigere nel 1640 ad opera della famiglia Guarini (gli stessi proprietari della villa omonima). Il tutto è impreziosito dalla grande pala dipinta dal polesano Mattia Bortoloni nel 1736. Il quadro rappresenta S. Bellino nell'atto di proteggere un fanciullo da un cane rabbioso.

Nell'alto dell'abside, sopra l'arca, è presente una cornice in stucco ornata con degli angioletti, una volta contenente, presumibilmente, un quadro raffigurante S. Bellino.

La navata destra

Entrando si incontra il primo altare dedicato alla Natività. Il quadro in olio su tela è opera di Angelo Trevisani, è stato recentemente restaurato riportandone alla luce l'antico splendore.

Il secondo altare è, dal 1996 dedicato a S. Martino, primo patrono della parrocchia. La statua del santo, raffigurato nell'atteggiamento benedicente, è scolpito in una statua di gesso, opera del 1854 di Pietro Sartorelli. Il paliotto dell'altare, in marmo, è ammirevole per la sua compostezza e decorazione.

Il terzo altare, con paliotto di marmo pregiato, è decorato da putti e delimitato da due colonnine corinzie in marmo rosso, ove è posto dal 1976 il tabernacolo. Ai lati sono situate due statue in gesso e pietra tenera di S. Antonio da Padova e dell'Angelo Custode.

La navata sinistra

Entrando, a sinistra, si trova il fonte battesimale in marmo rosso di Verona, con coperchio in rame sbalzato, dono alla parrocchia della signora Gundeberga Occari nel 1968. Ai lati sono conservati due angeli, un tempo esposti all'esterno della chiesa.

Proseguendo, si incontra il secondo altare, con la pala del Crocifisso. Il dipinto, in olio su tela risalente al 1700, rappresenta Cristo con Maria e Maddalena ai piedi della croce. Anche questo è opera del veneziano Trevisani.

Il terzo altare è dedicato alla Madonna del Rosario, dove si possono ammirare i resti dei quindici affreschi rappresentanti i misteri del rosario. Il complesso, perfetto nelle forme, è impreziosito da due colonnine in marmo rosato e dalla statua lignea della Madonna. Lateralmente sono collocate le statue in marmo tenero di S. Domenico e S. Teresa d'Avila.

Il campanile

Accanto alla Basilica, sorge il campanile. Costruito in pietra a vista all'inizio del '500, subì diversi interventi di restauro, dal XVI secolo agli anni '80 da parte della Soprintendenza di Verona.

Il campanile è uno dei rari esempi, esistenti nel Polesine, di stile tardo romanico. Simile è il campanile dell'Abbazia della Vangadizza di Badia Polesine.

La torre campanaria è suddivisa in quattro ripiani con altrettanti cornicioni sporgenti. La cella campanaria è ornata e alleggerita da bifore su tutti i lati. La cuspide è decorata con quattro pinnacoli e una croce di metallo.

Alla base è presente una lapide che ricorda il livello raggiunto dalle acque durante l'alluvione dell'Adige nel 1823.

Storia del ritrovamento del corpo di San Bellino

L'organo della Basilica di San Bellino

 

Villa Ca' Moro

La villa risale al XVIII secolo, fu costruita per la nobile famiglia veneziana dei Moro.

È circondata da una doppia cinta muraria, dotata di un oratorio, una barchessa neoclassica e diversi rustici.

L'edificio si impone quale unico segno di emergenza sul territorio circostante e si presenta con un massiccio corpo cubico sviluppato su tre piani; sulla facciata principale una doppia scala d'accesso conduce al piano nobile dove, ai lati della grande porta d'ingresso, si aprono alte finestre rettangolari arricchite da un'elegante cornice in pietre a cimasa orizzontale. Perfettamente in asse con le corrispondenti aperture del primo piano, le finestre del secondo piano, di dimensioni però più ridotte, che vengono interrotte nella loro successione da un balcone centrale centinato, dotato di balaustra; il sottotetto prende luce da piccole finestre elittiche.

All'interno della villa, al piano terra, vi è un salone, con il basso soffitto diviso da due grosse travature, che dà accesso alle stanze un tempo adibite a cucine e servizi. I due piani superiori comunicano con una scalinata sulle cui porte appare uno stemma recante due leoni rampanti e le iniziali E.C.

I saloni e le stanze conservano i pavimenti in terrazzo veneziano, i soffitti a travature lignee e, in alcune di esse, sono ancora riscontrabili tracce di decorazioni a stucco. Di particolare interesse, sul retro della villa, è l'imponente rustico costruito in epoca successiva, impostato e risolto in chiave neoclassica, il cui volume, oltre a distinguersi per la rilevanza delle dimensioni complessive, presenta una definizione architettonica del prospetto verso la villa, del tutto inconsueta nella pur vastissima modellistica architettonica rurale del Polesine.

Tale prospetto si articola infatti in tre diversi avancorpi timpanati, sostenuti da colonne tuscaniche, poggianti su massicci basamenti in cotto e d'ordine maggiore rispetto a quelle del loggiato centrale, con una conseguente scansione in arcate maggiori e minori che produce un equilibrato e complesso gioco di contrapposizioni chiaroscurali.

L'intero complesso richiede più che  mai un accurato restauro.

 

Villa Nani Mocenigo, ora Bertetti

La villa è stata edificata, già dal 1527, al posto di una precedente costruzione del Prisciani, amministratore del Duca di Ferrara, che ha lasciato il nome alla località. L'edificio appartenne al marchese Ludovico Estense Tassoni Prisciani e poi al nobile Nani Mocenigo. Si tratta di una costruzione molto semplice, che si sviluppa su 3 piani abitabili con notevole sobrietà compositiva, recentemente oggetto di un intervento di restauro intelligente. Di fronte all' abitazione, collegata con un breve portico, troviamo la foresteria, oggi adibita ad abitazione. E' da notare il bel viale alberato che ancor oggi collega la villa direttamente alla chiesa di Presciane, soggetta allo juspatronato.

L'edificio giunse in linea femminile alla Famiglia Bertetti, in quanto la madre dell'attuale proprietario era la Contessa Nani Mocenigo.

 

Villa Zambonin

Villa Zambonin, edificata nel XVIII secolo, sorge fuori del paese, vicino all' argine del Canalbianco.

È di dimensioni limitate: è costituita da tre piani dei quali quello dei granai è illuminato nella facciata da sei finestre ovali; al centro, sopra il portale del piano nobile, si scorgevano le tracce di un affresco oggi scomparso completamente. La facciata, molto semplice, è percorsa da due canne fumarie, e dei due camini uno è stato soppresso e l'altro è stato recentemente ricostruito. Un non felice intervento edilizio negli anni '80 ha deturpato la facciata aprendo due porte (un tempo finestre) ai lati della vera porta d' ingresso alla villa, murando quest'ultima. Attualmente la villa è abitata da due famiglie distinte e per questo è ancor'oggi divisa in due abitazioni.

 

Villa Bolognese, ora Santato

Il fabbricato rurale "VILLA BOLOGNESE" si trova ad ovest del centro abitato di San Bellino in località Presciane. Primo proprietario conosciuto, al 1730, risulta il nobile Sante Bolognese de Simon. La casa mostra caratteri architettonici propri del XVIII secolo; composta di un corpo principale e da un'ala laterale più bassa. Il corpo centrale si sviluppa su tre piani dei quali l'ultimo sottotetto con copertura a padiglione.L'assetto planimetrico è tripartito con sala passante centrale.Il fronte meridionale, presenta una disposizione simmetrica delle aperture, binate nella parte centrale, ed è segnato da due camini aggettanti.L'asse di simmetria è sottolineato da due portali a tutto sesto dei quali quello al primo piano è arricchito da una chiave di volta, da capitelli in pietra lavorata e da una modanatura curvilinea in cotto intonacato.E' inoltre provvisto di un balcone in pietra lavorata con parapetto di ferro battuto. I davanzali della finestra sono in pietra lavorata. Le piccole forature del sotto tetto hanno sagoma curvilinea simile a quella sovrastante l'arco del primo piano. All'interno è visibile la scala originaria ancora in buone condizioni di conservazione. Con l'inizio dell'anno 2000, l'intero edificio padronale fu acquistato dalla famiglia Santato che grazie ad interventi radicali ed accurati di restauro conservativo, lo ha portato alle forme architettoniche originali.

 

Villa Guarini

L'edificio risale al '500 ed era di proprietà della famiglia ferrarese dei Guarini. Sembra che tra il 1580 e il 1583 vi abbia risieduto G.B. Guarini, autore del "Pastor Fido".

Nel 1925 la villa fu radicalmente restaurata, a seguito di un incendio, tanto da aver quasi perso la fisionomia originale. Sulla facciata si apre la bella scala a due rampe che conduce al piano nobile.

Gli interni sono tutt'ora spaziosi e si dividono in grandi stanze che si aprono su due saloni.

Sulla facciata è collocata una lapide marmorea che, come quella del campanile, riporta il livello delle acque raggiunto in seguito alla rotta dell'Adige nel 1823, con la seguente dicitura:

HUCUSQUE ATHESIS

EXUNDANS DIREPTISQ AGGERIBUS

AB INCILI ABBATIAE VUL BOVA AD CASTAGNARUM

IDIBUS OCTOBRIS A MDCCCXXIII

 

Casa Barbarigo ora Rosine

Pur rispecchiando un modo compositivo tipico dell'architettura rurale della zona, l' edificio si presenta elegante nelle proporzioni e caratteristico nei suoi elementi decorativi: la casa padronale si sviluppa su due piani e la data di costruzione risale al 1583, secondo quanto scritto sulla lapide posta sotto lo stemma gentilizio sopra la porta d' ingresso recante incisi anche i nomi dei personaggi della famiglia Barbarico. Ai lati della casa, attualmente disabitata ed instato di abbandono, sono sorti in periodi successivi una piccola dependance ad un piano che nelle finestre, segue i ritmi compositivi della casa padronale, e a destra, il rustico necessario alle attività della corte.

 

Palazzo Ottoboni-Valente ora Tomanin

Il complesso edilizio con corte di Palazzo Ottoboni-Valente, ora di proprietà della famiglia Tomanin, è un'insieme costituito dalla villa padronale principale e una serie di annessi rustici ad essa relativi, facilmente individuabile poiché si trova in Piazza Galvani, sul retro del Municipio, con ingresso indipendente a sinistra di esso. L'edificio risale a fine '600.

Il primo proprietario fu Ottoboni e in seguito i Valente. Fino al secolo scorso la proprietà risulta della famiglia Occari che in seguito, negli anni '70, abbandonerà e spoglierà il palazzo di tutti i beni.

L'edificio principale è la tipica villa/palazzo padronale. Presenta nell'impianto le caratteristiche tipologiche della tradizione veneto-bizantina di ispirazione palladiana: la classica tripartizione con salone centrale passante nei due livelli principali, più il sottotetto una volta adibito a granaio. Due serie di stanze laterali simmetriche da essi accessibili, in fondo alle quali, a nord, sulla sinistra, è ricavata la scala. Le facciate principali, a nord e a sud, presentano nel settore centrale, in corrispondenza dei saloni, finestre rettangolari con davanzali a mensola ai lati e porte ad arco nella parte mediana aperture "a centina", nei punti d'imposta degli archi, sobri capitelli modanati realizzati in cotto ma intonacati, caratterizzano la parte centrale. Sopra le piccole finestre del sottotetto, corre su tutti i lati dell'edificio e lo chiude superiormente, una cornice a dentelli, di chiara "evocazione" classica.

Oggi, il pianoterra è adibito a esposizione delle opere della Vetreria di Sandro Tomanin. Sono tutt'ora conservati gli originali travi di legno del tetto, il pavimento in formelle di cotto e i camini originali. Particolare è la conservazione dell'antico "seciaro" che serviva per lavare le stoviglie.

Tutto il piano è visitabile ed accogliente, grazie ad un accurato restauro conservativo.

Al primo piano si sale attraverso l'antica scala in pietra di Nanto. Sempre sullo stesso piano sono conservate due porte originali del palazzo. Il tutto è impreziosito dalle stupende vetrate d'arte, presenti sulle finestre e sui portali di ingresso.

Si presuppone che sia stato costruito in due tempi diversi, prova ne è il "budello" (spazio interno tra due muri portanti).

Dietro la residenza signorile si trova l'annesso alla residenza, adibito ad esposizione.

Tra non molto tempo potremo ammirare il nuovo laboratorio, ospitato nella vecchia stalla, adiacente alla residenza.

Il Palazzo Ottoboni-Valente ora Tomanin, grazie ad un accurato e conservativo restauro, è uno dei maggiori edificio di prestigio a San Bellino.

 

Casa Dosi-Delfini ora Altieri

Casa Dosi-Delfini ora Altieri risale al XIX secolo, costruita dal Cav. Agostino Casaro.

La casa padronale si presenta come un lungo corpo con annessi vari rustici e un piccolo oratorio. È stata recentemente oggetto di restauro, che l'ha riportata alla sua pianta originaria.

È composta da tre piani abitativi, con saloni e stanze molto ampi. Da notare sono gli affreschi degli interni, voluti dal Conte Giulianello, con motivi floreali e animali.

La facciata è sobria ed elegante, e presenta quattro camini e tre abbaini che infondono luce naturale al sottotetto. L'intero complesso della casa padronale è circondato da un grande parco ospitante varie specie di piante e di animali (soprattutto pavoni).

L'ultimo residente dell'abitazione fu il Conte Dosi-Delfini Giulianello; dopo la sua morte venne acquistata dall'attuale famiglia Altieri.

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